INTERVISTA DI S.E. MAHAMMAD REZA SABOURI AL GIORNALE D’ ITALIA
La guerra scatenata dagli attacchi di Stati Uniti e Israele imperversa da più di due mesi: come sta il popolo iraniano, fisicamente e moralmente? E qual è lo stato attuale della leadership nel Paese?
Senza alcun dubbio, l’aggressione militare degli Stati Uniti e del regime sionista contro la Repubblica Islamica dell’Iran e il popolo iraniano nelle ultime settimane ha causato danni e perdite considerevoli. Numerosi cittadini civili, tra cui donne e bambini, sono rimasti uccisi in seguito agli attacchi contro abitazioni residenziali, scuole, centri sanitari e infrastrutture civili. Inoltre, alcune infrastrutture vitali del Paese hanno subito gravi danni che, dal punto di vista del diritto internazionale, costituiscono un chiaro crimine di guerra e una manifesta violazione dei principi umanitari e del diritto internazionale umanitario.
Tuttavia, ciò che in questo momento storico riveste un’importanza fondamentale è la salvaguardia dell’unità nazionale e il rafforzamento della coesione sociale di fronte all’aggressione straniera. Il popolo iraniano ha dimostrato ancora una volta di possedere una notevole capacità di solidarietà e resistenza di fronte alle minacce esterne. L’ampia partecipazione popolare, il sostegno della popolazione alle forze armate e l’organizzazione di manifestazioni nazionali durante e dopo la guerra rappresentano una chiara espressione dell’unità nazionale e del rafforzamento dello spirito di resistenza nel Paese.
La Guida Suprema della Repubblica Islamica dell’Iran gode inoltre di piena salute e continua a dirigere e amministrare gli affari del Paese nell’ambito delle strutture legali e delle istituzioni ufficiali dello Stato. È naturale che, alla luce dei precedenti evidenti di azioni terroristiche e delle minacce alla sicurezza da parte degli Stati Uniti e del regime sionista, siano state adottate speciali misure di protezione per garantire la sua sicurezza.
Il blocco dello Stretto di Hormuz e dei conseguenti traffici petroliferi ha destabilizzato l’economia mondiale, mentre gli Stati Uniti hanno imposto un “controblocco”: come si può superare questa impasse? Qual è il significato della nuova Autorità dello Stretto del Golfo Persico? E quale sarà il futuro di questo organismo amministrativo nel dopoguerra?
La risposta a questa domanda è del tutto chiara: la radice principale della crisi attuale è l’aggressione militare contro la Repubblica Islamica dell’Iran, uno degli Stati rivieraschi del Golfo Persico, e finché tale aggressione e minaccia continueranno, non si potrà prevedere un pieno ritorno della stabilità nella regione.
Prima dell’inizio degli attacchi illegali degli Stati Uniti e del regime sionista contro la sovranità nazionale e l’integrità territoriale dell’Iran, il traffico marittimo nello Stretto di Hormuz si svolgeva normalmente e la Repubblica Islamica dell’Iran ha sempre svolto un ruolo responsabile nel garantire la sicurezza della navigazione e la libertà marittima. Abbiamo più volte sottolineato che la principale causa delle attuali perturbazioni è l’aggressione militare e le continue minacce contro l’Iran; è quindi evidente che, con la cessazione di tali minacce, verranno ripristinate anche le normali condizioni di transito marittimo.
Ignorare la causa principale della crisi, vale a dire le politiche aggressive degli Stati Uniti e del regime sionista, da parte di alcuni Paesi occidentali non solo non contribuisce alla soluzione dei problemi, ma rischia di prolungare l’instabilità. L’unica soluzione duratura consiste nella cessazione della guerra, nel rispetto della sovranità degli Stati e nel ritorno al percorso della diplomazia e della cooperazione regionale.
Alcune infrastrutture energetiche e la stessa isola di Kharg sono state colpite dagli attacchi israelo-statunitensi: ritenete che si sia trattato di una mossa “disperata” per cercare una trattativa e una via d’uscita dal conflitto?
La realtà è che gli Stati Uniti e il regime sionista, nonostante abbiano commesso una serie di atti illegali e crimini di guerra — tra cui attacchi contro aree residenziali, scuole, centri sanitari e persino tentativi di assassinio di alti funzionari — non sono riusciti a raggiungere i loro obiettivi principali, vale a dire indebolire la volontà del popolo iraniano e sconfiggere la Repubblica Islamica.
A seguito di questi fallimenti, è stata presa di mira l’infrastruttura economica ed energetica del Paese nel tentativo di costringere l’Iran a fare marcia indietro attraverso pressioni sulle condizioni di vita della popolazione. Tali attacchi, che costituiscono una palese violazione del diritto internazionale e configurano crimini di guerra, rappresentano più un segno di impotenza e incapacità di raggiungere obiettivi politici e militari che una dimostrazione di forza.
La Repubblica Islamica dell’Iran, nell’ambito del proprio legittimo diritto all’autodifesa, ha inoltre fornito risposte proporzionate e deterrenti a queste azioni. È chiaro che la strada per porre fine alla guerra non consiste nell’intensificare l’aggressione e la distruzione delle infrastrutture civili, bensì nel ritorno alla diplomazia, nel rispetto dei diritti dei popoli e nell’accettazione delle realtà regionali.
Cina e Russia stanno aiutando la Repubblica Islamica dell’Iran a difendersi dagli attacchi di Israele e Stati Uniti?
Le relazioni della Repubblica Islamica dell’Iran con la Cina e la Russia non sono relazioni contingenti o limitate alle circostanze recenti, bensì si fondano su partenariati strategici e su interessi comuni di lungo periodo. Tali rapporti, nel corso degli anni, si sono sviluppati in diversi ambiti — politico, economico, di sicurezza e militare — assumendo una dimensione multilaterale.
È naturale che, anche nell’attuale contesto di crisi, proseguano consultazioni e forme di cooperazione stretta tra l’Iran e questi due Paesi. La Repubblica Islamica dell’Iran ha sempre posto l’accento sul rafforzamento della collaborazione con potenze indipendenti e orientate al multilateralismo, ritenendo che la costruzione di un ordine mondiale più equilibrato richieda il contrasto all’unilateralismo e alle politiche basate sull’uso della forza.
Donald Trump ha più volte dichiarato di voler “eliminare la civiltà iraniana”: parole che non hanno avuto seguito e alle quali la Repubblica Islamica dell’Iran ha risposto senza paura. Quali saranno i prossimi passi e come si mantiene salda la linea contro tali minacce?
La Repubblica Islamica dell’Iran, nel corso di oltre quattro decenni, ha dimostrato chiaramente che la salvaguardia dell’indipendenza nazionale, la dignità del popolo iraniano e il contrasto alle politiche egemoniche costituiscono principi fondamentali della sua politica estera e della sua sicurezza nazionale. Anche di fronte alle recenti aggressioni, come in precedenti momenti critici, il popolo iraniano, facendo affidamento sull’unità interna e sulla capacità difensiva delle proprie forze armate, ha resistito alle pressioni e ha impedito il raggiungimento degli obiettivi degli aggressori.
L’affermazione di presunti “annientamenti della civiltà iraniana” rappresenta, più di ogni altra cosa, un segnale di rabbia, di sconfitta politica e di incapacità nel raggiungere obiettivi militari. La civiltà iraniana è una civiltà radicata, storica e profondamente influente nella cultura e nella storia dell’umanità, e non può essere distrutta attraverso minacce o guerre. Al contrario, questo tipo di linguaggio contribuisce a rafforzare il senso di identità nazionale e ad accrescere la coesione tra gli iraniani.
Al tempo stesso, ciò che desta interrogativi è il silenzio o le posizioni ambigue di alcuni Paesi occidentali di fronte a tali dichiarazioni pericolose. Così come alcuni responsabili europei, tra cui in Italia, hanno definito l’aggressione contro l’Iran contraria al diritto internazionale, ci si sarebbe potuti aspettare che anche la minaccia di distruzione di un popolo e di una civiltà ricevesse una risposta chiara e responsabile da parte della comunità internazionale.
Gli Emirati Arabi Uniti e altri Paesi del Golfo sono molto vicini a Israele e agli Stati Uniti, privilegiando i rapporti con loro rispetto ai Paesi arabi: come vi rapportate con questi Stati? E qual è attualmente il vostro rapporto con l’Oman, anche alla luce della gestione dello Stretto di Hormuz?
Le relazioni con i Paesi vicini hanno sempre rappresentato una priorità della politica estera della Repubblica Islamica dell’Iran. Consideriamo la sicurezza e la stabilità regionale come un tema collettivo, basato sulla cooperazione tra i Paesi della regione, e riteniamo che una sicurezza duratura possa essere realizzata solo quando la regione si liberi dalle interferenze e dalla presenza militare delle potenze extra-regionali.
In questo quadro, consideriamo inaccettabili alcune forme di cooperazione e il sostegno fornito da alcuni governi regionali alle azioni degli Stati Uniti e del regime sionista contro l’Iran, valutandoli contrari agli interessi comuni della regione. Tali comportamenti non solo possono comportare responsabilità politiche e giuridiche per questi Paesi in relazione al facilitare l’aggressione, ma possono anche avere conseguenze sulla sicurezza e sulla stabilità degli stessi.
Ciò nonostante, la Repubblica Islamica dell’Iran ha sempre accolto con favore il dialogo, la cooperazione e il mantenimento di relazioni costruttive con i Paesi della regione. In questo contesto, l’Oman ha svolto un ruolo positivo, equilibrato e costruttivo nella riduzione delle tensioni, nel facilitare il dialogo e nel sostenere soluzioni diplomatiche, e tale approccio è sempre stato rispettato dall’Iran.
7) Come valutate l’elezione del nuovo primo ministro iracheno Ali al-Zaidi, definito una figura di “compromesso” ma molto vicino alle necessità del governo statunitense? Ritenete che possa instaurare un dialogo attivo con Teheran?
La Repubblica Islamica dell’Iran e la Repubblica dell’Iraq intrattengono relazioni profonde, storiche e strategiche, radicate nei legami culturali, religiosi, politici ed economici tra i due popoli. I popoli iraniano e iracheno sono due popoli fratelli e la cooperazione tra i due Paesi è sempre stata perseguita sulla base del rispetto reciproco e degli interessi comuni.
La Repubblica Islamica dell’Iran ha sempre sostenuto la stabilità politica, la salvaguardia dell’unità nazionale e la rapida formazione di un governo in Iraq e, a differenza di alcuni attori esterni, non ha mai adottato un approccio interventista negli affari interni iracheni. Riteniamo che la scelta delle massime cariche in Iraq sia una questione interamente interna, appartenente al popolo e alle forze politiche di questo Paese.
In questo contesto, la Repubblica Islamica dell’Iran esprime piena disponibilità a continuare e rafforzare la cooperazione con il nuovo governo iracheno in diversi settori, tra cui quello politico, economico, di sicurezza e regionale.
In Libano, nonostante si parli di colloqui di pace, gli scontri tra Israele ed Hezbollah proseguono: ritiene che continueranno anche dopo la fine della crisi? Inoltre, Israele sta colpendo non solo il gruppo, ma anche i civili, cercando di annettere più territorio possibile nell’ambito del progetto del “Grande Israele”: cosa può dirci a riguardo?
Oggi è ormai chiaro all’opinione pubblica regionale e internazionale che le politiche aggressive ed espansionistiche del regime sionista sono la principale causa di instabilità e insicurezza in Medio Oriente. Questo regime, negli ultimi anni, ha attaccato sette Paesi della regione e, violando costantemente il diritto internazionale, ha posto a serio rischio la sicurezza regionale.
L’unico modo per raggiungere una stabilità duratura in Libano è porre fine alle aggressioni del regime sionista e impedire la prosecuzione delle sue politiche occupazioniste ed espansionistiche. In questo contesto, anche i Paesi europei hanno importanti responsabilità e ci si aspetta che, invece del silenzio o del sostegno indiretto, esercitino una pressione efficace su Israele per fermare gli attacchi contro il popolo libanese e impedire l’ulteriore escalation della crisi.
Purtroppo, non solo non sono state adottate misure sufficienti in questa direzione, ma sono state anche diffuse segnalazioni riguardo alla continuazione delle esportazioni di armi verso il regime sionista, una situazione in evidente contraddizione con le dichiarazioni in materia di diritti umani di alcuni governi occidentali.
Il recente cessate il fuoco in Libano è stato inoltre parte di un processo di riduzione delle tensioni tra Iran e Stati Uniti, come è stato chiaramente affermato dai funzionari pakistani in qualità di mediatori di tale cessate il fuoco. Tuttavia, nonostante l’impegno degli Stati Uniti nel controllarlo, il regime sionista ha ripetutamente violato tali accordi e ha continuato i suoi attacchi; ciò dimostra che, senza una reale pressione della comunità internazionale, raggiungere una stabilità duratura nella regione resta estremamente difficile.